DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE

È il 1954 a New York e Vivian Maier ha ventotto anni. Rispondendo ad un’inserzione sul New York Herald Tribune, Vivian comincia a lavorare come bambinaia presso la famiglia Warren, una coppia con due bambini, Grace e Arthur, e un terzo in arrivo. Ad aprire la porta e ad accoglierla nella nuova famiglia è la padrona di casa, Celia Warren. La giovane madre, dietro al twin set color pastello e al trucco impeccabile, cela però un turbamento, una crepa che Vivian non fatica a scorgere: un muto appello di chi chiede senza parola. D’altronde, questo è il suo lavoro: prendersi cura delle vite degli altri, e delle loro storie, soprattutto. Il padrone di casa, Frank Warren, è uno scrittore di romanzi di successo, irrequieto e in crisi creativa, che trascorre la maggior parte del tempo nel proprio studio. 

A Vivian tutto ciò che serve è una stanza dove raccogliere le proprie cose e una nuova famiglia di cui diventare spettatrice silenziosa. Del resto, questo ha fatto nella sua vita, Vivian: l’ha spesa tutta ad osservare le esistenze degli altri con la sua Rolleiflex, la macchina fotografica che tiene sempre appesa al collo. “Serve a fermare il tempo, Grace”, era stata la risposta di Vivian alla domanda della bambina che indicava la Rolleiflex appesa al collo della tata. “È..magica?” domandò, piegandosi per guardare attraverso l’obiettivo. […] In un certo senso, sì”.  Attraverso i propri scatti, Vivian custodisce le storie che le persone non sanno di vivere, ruba gli istanti, scandaglia le vite altrui, per rendere meno gravosa la propria solitudine. La sua Rolleiflex le ha consentito di restare in contatto con il mondo senza farne parte, di essere intima e distante, di combinare la presenza con l’assenza. Di tramutarsi in un’ombra che vegliava sulle esistenze altrui. Ciononostante, inaspettatamente, scoprirà che qualcuno è in grado di vederla, scoprirà di non essere invisibile a tutti.

‘’Non tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno un lieto fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un'ombra.’’

Vivian Maier è vissuta nell’ombra, nascosta dalla sua Rolleiflex. Non ha mai reso pubbliche le sue opere, ammucchiando le pellicole, per la maggior parte mai sviluppate, in numerosissimi scatoloni abbandonati in un magazzino. Il mondo è venuto a conoscenza della sua arte e del suo talento soltanto nel 2007, grazie ad un giovane battitore d’aste, John Maloof, che dopo aver comprato ad un’asta un box ha scoperto i negativi della Maier, decidendo di condividerli su Flickr e rendendoli così noti al pubblico. Sono ancora poche e frammentarie le notizie che abbiamo della tata-fotografa, ma Francesca Diotallevi ha saputo con grande sensibilità e attenzione raccontare, con la sua scrittura delicata ed evocativa, una storia davvero commovente. Si tratta di una biografia romanzata, frutto di finzione letteraria, ma anche di ricerca di informazioni e testimonianze, dove, pagina dopo pagina, l’autrice ci rivela non solo il talento di una fotografa, ma anche la vulnerabilità di una donna sempre in fuga, che ha cercato di combattere per tutta la vita la propria solitudine, le promesse infrante e le delusioni rifugiandosi dietro l’obiettivo della propria macchina fotografica. La sua Rolleiflex diventa il suo scudo protettivo e attraverso il mirino osserva il mondo, cattura attimi di vita senza essere notata, colleziona storie e cerca negli occhi altrui la sofferenza e il tormento che ben conosce. Ci si avvicina, e li ferma sulla pellicola.

"Lo fotografo perché mi assomiglia, avrebbe voluto rispondere. Perché quest’uomo è un derelitto. Perché la sua solitudine è anche la mia solitudine, la sua miseria è la mia miseria. Perché la fotografia è l'unica medicina che conosco, al male di vivere."

La narrazione si snoda tra due piani temporali: le vicende di Vivian adulta vengono alternate ai ricordi di Vivian bambina, e solo attraverso di essi riusciamo a comprendere appieno la sua complessa e fragile personalità. L’infanzia di Vivian non è stata facile. In viaggio, tra Stati Uniti e Francia, circondata da donne che, nel bene e nel male, l’hanno plasmata, Vivian è cresciuta senza abbracci e con pochi legami. La sua infanzia è colma di strappi dolorosi e di fughe, di addii alle persone che più amava. Significativo è il rapporto con la madre, una donna piena di rabbia e rancori, incapace di amare una figlia che, al contrario, ha sempre cercato di comprenderla e perdonarla. L’unica persona che ha portato un po’ di luce nella vita di Vivian è Jeanne Bertrand, una fotografa amica della nonna, che la ospita nel Bronx, assieme alla madre, per un breve periodo, che si rivelerà però molto importante per Vivian. Fin da bambina Vivian dimostra intuito, prontezza e curiosità, e Jeanne queste doti le nota. Grazie a Jeanne, Vivian scopre la fotografia e la magia dello sviluppo dei negativi nella camera oscura. Jeanne insegna a Vivian a guardare le persone, i loro volti, i loro occhi, senza pudore, a cogliere le loro storie e a conservarle.

"Io mi auguro” disse Jeanne prendendole il volto tra le mani “che tu sia sempre tormentata dalla curiosità.  Guarda le cose che vedono tutti, ma guardale in modo diverso da come le vedono gli altri. E sii sempre fedele a te stessa.”

La fotografia per Vivian è un’esigenza, è la sua salvezza, uno strumento per esorcizzare i traumi e le ferite dell’infanzia. Per trovare il suo posto, per inseguire la propria ombra, per esprimersi, per raccontarsi, per dare un senso alla sua vita. Interessante è anche la continua riflessione tra arte e sofferenza che leggiamo attraverso i dialoghi tra Vivian, fotografa che vive la propria passione artistica in forma privata, ma onesta e autentica, e Frank, scrittore diviso tra ciò che vorrebbe scrivere e ciò che invece i suoi lettori vogliono che scriva. L’arte, quella spontanea, quella di Vivian, è un momento salvifico che aiuta trovare un posto nel mondo, che allevia dalle sofferenze, un’ancora a cui aggrapparsi per non annegare. Al contrario, l’arte come mero oggetto di consumo, non fa che esaltare la vanità di artisti come Frank, ma annichilisce, schiaccia il proprio talento, espone il proprio dono alle critiche e ai giudizi, rende fragili, insoddisfatti.

“La loro ricerca correva parallela, si snodava attraverso strade gremite di persone e pagine bianche da riempire di inchiostro. Tutti e due volevano dimostrare che il mondo così com’era, non bastava. Che occorreva andare oltre, scavare la superficie, gettare via la patina. O forse quello che entrambi volevano era solo lasciare un segno, una traccia del loro passaggio. Qualcosa che dicesse: eccomi, sono qua, esisto.”

Un romanzo splendido, che ho amato tantissimo per la protagonista, per la vicenda e per la scrittura davvero delicata. Leggendo questa storia, così commovente e piena di sofferenze, mi sono sentita vicina a questa donna, alle sue fragilità, alla sua solitudine, alle sue pene, ritrovandomi, pagina dopo pagina, nella sua ritrosia, nella sua intransigenza, nell'incapacità di dare valore a sé stessa, di riconoscere il proprio talento, nella paura del giudizio altrui. Nel libro ho sottolineato così tanti brani e passaggi, che spesso torno a rileggerli per dare voce a quei sentimenti che sento appartenermi.

“Tu hai gli occhi che io avrei voluto avere, Viv.”

Un libro meraviglioso, poetico, coinvolgente che tutti gli appassionati di fotografia dovrebbero leggere. Forse non sapremo mai chi era veramente Vivian Maier, ma in questo libro la figura della tata-fotografa viene ritratta con umanità, discrezione e rispetto. Attraverso una scrittura raffinata, frutto di fantasia letteraria ma anche di autenticità, Francesca Diotallevi ha voluto riflettere sui motivi che hanno spinto Vivian Maier ad accumulare tutti quei rullini senza mai svilupparli e lo ha fatto cercando di indagare sulla sua infanzia, il momento in cui tutto ciò che saremo da adulti prende forma.    

Un ultimo consiglio, cercate le foto che vengono descritte tra le pagine del libro, sembrerà di essere Vivian Maier mentre scatta con la sua Rollieflex e cattura quegli attimi immortali. Il sito ufficiale a lei dedicato è: http://www.vivianmaier.com/

Valentina Faoro

Recensione

@Demis Albertacci 2018